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Nei cinema dal 22 maggio 2014

Ciao sono kekkoz e vengo al dunque subito: per cambiare, questa settimana non ho affidato i pregiudizi a uno dei miei amichetti della cricca che se la suona e se la canta, ma a un giovane di belle speranze che non conosco di persona ma che è l’autore di uno dei miei profili Twitter preferiti. Si chiama Giacomo, si fa chiamare insipienza per qualche motivo, ed è un DRAGO.

Tipo che io a leggerli mi sono quasi strozzato. Buon weekend a tutti.

X-MEN – GIORNI DI UN FUTURO PASSATO
Il film ha tutte le carte in regola per essere quello che farete domenica invece di andare a votare per il Parlamento europeo. Gli X-Men sono i supereroi che ci hanno insegnato che è importante accogliere chi è diverso, soprattutto se con “diverso” intendiamo “che spara laser dagli occhi” o “che dà fuoco alle cose schioccando le dita”. La saga, risuscitata dal caro Matthew Vaughn, ritorna in mano a Bryan Singer. Nel cast c’è chiunque: da Michael Pene Fassbender ai BFFs di internet Ian McKellen e Patrick Stewart, dalla mascotte del nostro cuore Jennifer Lawrence a Peter Dinklage a Ellen Page a etc. Poi: viaggio nel tempo! Basettoni! Apocalisse! Halle Berry di nuovo rilevante! Io sono già stanco. Volete sapere in che anno è uscito il primo X-Men? Era il 2000. E volete sapere quanti anni avevo nel 2000? Dodici. Significa che mentre finivo le medie, finivo le superiori, prendevo una laurea, poi un’altra, poi trovavo lavoro come fioraio, sono usciti tre + due film su gente che dice “Se faccio l’occhiolino la merda si trasforma in oro ma PERCHÉ NON POSSO ESSERE COME TUTTI?!1?”, + due film su Wolverine così indispensabili che la Marvel ha deciso di farlo fuori (i lungimiranti titolisti italiani avevano infatti ribatezzato il secondo capitolo Wolverine – L’immortale). Ma ehi, Nicholas Hoult sta bene con quegli occhiali. Bomba.

MAPS TO THE STARS
È il film con Mia Wasikowska della settimana, nonché il secondo episodio della serie Robert Pattinson: sesso in automobile diretta da David Cronenberg. Scherzo. La verità è che ho provato a farmi spiegare la trama da Wikipedia ma non l’ho veramente capita. Credo sia una di quelle storie su Hollywood delusional, dell’eterna ripetizione dell’uguale, con della gente che è morta o forse no, e gli incendi. Molti incendi. Potrebbe essere un racconto riuscito sulla differenza tra morte e illusione della vita. O una specie di versione camp di Mulholland Drive. O un Mulholland Drive dei poveri (con tutto il rispetto per i fan di Cronenberg sopravvissuti anche a quel film con Keira Knightley nel ruolo di Kesha). In ogni caso a me va bene. Tra l’altro c’è Julianne Moore che fa la pazzerella/squilibrata, John Cusack che fa i massaggi, e soprattutto la canzone dei Ringo. Canta con me: Na na / Nanna na na / He he he / Ciao ciao!

POLIZIOTTO IN PROVA
Se questo film avesse nel cast solo attori bianchi (COME DOVREBBE) sarebbe una commedia con Adam Sandler, Kevin James e Kate Upton (nella parte della sorella di Sandler/promessa sposa di James) e la liquideremmo con una scoreggia. Ma, col 18% al pomodorometro, ha incassato non so quanto solo in patria e già un anno fa si era guadagnato un sequel. L’AMERICA DI OBAMA. Il problema è che si rivolge principalmente a quella fetta di pubblico che al cinema ama parlare allo schermo, e lo stereotipo razzista da noi si applica a un demographic diverso: i pensionati che non riescono a seguire la trama e chiedono a voce alta a chiunque sia loro vicino e/o sia inquadrato dalla macchina da presa cosa ha appena detto X e se Y non fosse già morto. Siccome non riesco a immaginarmi un pubblico diverso dall’anziano sperduto per questo film (l’altra ipotesi sarebbe il ragazzino che non trova posto in sala per X-Men. Ma allora andrebbe a vedere GODZILLA. E se pure Godzilla fosse sold out? Direbbe “Bella, è il 2014! facciamoci un torrent, zia! Gemitaiz spacca!”), voglio rendermi socialmente utile: SIGNORE, AIS CHIUB È IL POLIZIOTTO CATTIVO, SÌ, QUELLO GROSSO NEGRO. QUELL’ALTRO, CHEVIN ART, È LA GUARDIA GIURATA SCEMA. NO, NON È QUI CHE SI VOTA ABBERLUSCONI, DEVE ANDARE AL SEGGIO. QUI C’È ART CHE VUOLE SPOSARE LA SORELLA DI AIS CHIUB. SÌ, SIGNORE, I NEGRI POSSONO FARE I POLIZIOTTI.
Nota: Se dal regista Tim Story aspettavate un remake del suo film di due anni fa, Think Like a Man, con Aziz Ansari e Chelsea Peretti in tutti i ruoli, siete me e dovete andare avanti coi pregiudizi.

LE MERAVIGLIE
Unico film italiano in concorso a Cannes, dove, lo sapete, è stato “accolto da dodici minuti di applausi” (non uno di più, non uno di meno), è l’opera seconda di Alice Rohrwacher. Del debutto, Corpo celeste,  si era parlato molto bene, di questo i pareri non mi sembrano altrettanto entusiasti, ma non saprei, perché non credo che avrò mai davvero voglia di vedere né l’uno né l’altro. Lo so, sono un mostro. E dire che il trailer delle Meraviglie parte bene, con una bambina che deve fare la cacca. Ma poi quella canzone? L’avete riconosciuta? (Aspettate a rispondere, sembrerete più giovani). Sì, è T’appartengo di Ambra. È un dato di fatto: il recupero pop-sofisticato di Ambra Angiolini ha causato danni incalcolabili al cinema italiano degli ultimi anni. Avrà trascinato nel buco nero anche la promettente Alice Rohrwacher? Se volete scoprirlo, troverete Le meraviglie al Quattro Fontane di Roma per i prossimi sei mesi.

CAM GIRL
Uno non ha ancora finito di riprendersi da St@lker con la chiocciola che ecco un altro lungometraggio che indaga il torbido intreccio tra Insidie Del Web, Donne In Pericolo e La Crisi: l’ingugolabile Cam Girl, ovvero il film italiano da deridere della settimana, opera seconda della promettente Mirca Viola. Ora, il trailer è la solita girandola di emoticon e sbiascicamenti (Trivia: Riuscite a trovare la madrina del genere, Maria Grazia Cucinotta? Indizio: MI DISPIASCE). Io mi limito a farvi notare che i cartelli passano da una prima persona singolare a una prima persona plurale per finire con una serie di participi passati a caso, e – ed è la mia parte preferita – che a un certo punto c’è Marco Cocci che dice “Questo è il momento di accéllerale” e il montaggio, beh, ACCELERA.  Ma vorrei portarvi a riflettere, dato che questa è la prima e immagino l’ultima volta che ne avrò l’occasione, sul momento in cui un film come Cam Girl viene concepito, a osservare l’attimo in cui la mente di Mirca Viola o chi per lei si impregna dell’idea di Cam Girl. Perché è facile ridere del tizio che dice “LO SAI CHE IN CHAT [deglutisce] DOBBIAMO ESSERE DA SOLI”, o chiedersi, forse anche con indignazione, come sia possibile che opere come questa trovino i soldi e gli spazi per esistere, ma non c’è da dimenticare che a ogni René risponde uno Stanis, e allora vi chiedo di rompere gli indugi e addentrarvi nella foresta, di figurarvi un appartamento buio, di sedervi sul divano marrone di un soggiorno spoglio, e prendere parte a un rito magico: Il Pitch.

Che significa vivere nel presente oggi, immersi in questo 2014 come donne, e, lasciatemelo dire, donne con le palle? Che significa essere donne in Italia – l’Italia dei femminicidi e del patriarcato, ma anche di Suor Cristina e del papa dimissionario – con una crisi che ha colpito non solo le tasche della classe media ma la definizione stessa dei ruoli? Come si fa a narrare questa liquidità? A raccontare la vita, i problemi della società, e in definitiva questa crisi, che sottrae occasioni proprio ai giovani? Lo sapete che in cinese l’ideogramma che significa “crisi” significa anche “opportunità”? Ma vi siete mai chiesti che ripercussioni ha il passaggio dalla crisi all’opportunità? E soprattutto quali sono queste ripercussioni nel modo in cui si relazionano i due sessi – se ancora vogliamo limitarci a raccontare la favoletta dei due sessi? Che poi è il motivo per cui i ventenni di oggi, ma anche le madri e i padri di questi ventenni, vivono nel disagio. È il motivo per cui leggiamo le storie delle baby prostitute e le inchieste di Beatrice Borromeo. E ci stupiamo addirittura – ipocriti! – e condividiamo lo sdegno sui social [pronunciato “sòscial”], quando non ci rendiamo conto che è lo spostamento delle relazioni sul piano virtuale, su questo medium tiepido [indica una copia di McLuhan sulla scrivania, avvolta dalla plastica] che abbiamo lasciato accadere senza preoccuparci – incoscienti! – che è in quel momento che nella testa di queste ragazze non è così grave spogliarsi perché gli uomini sono “dall’altra parte”, ma poi succede che i siti da un giorno all’altro spariscono e le ragazze neppure vengono pagate per le loro “prestazioni”. Capite che c’è grande confusione. E la gente al cinema vuole vedere queste cose, senza sposare un pensiero unico, e di condanna, verso il fenomeno ma per constatare che questo mondo, come poi quello della strada, non è controllato. È una realtà che come donne non ci meritavamo, un’ultima frontiera che ha sgretolato molte nostre certezze di libertà e di autonomia – perché alla fine sempre lì torniamo, e non fatemi iniziare col falso mito dell’Io sono mia se no non smetto più. Ma di questo la gente vuole parlare.
E poi,
conclude adagiandosi esausta sul divano marrone, È così che si rivaluta l’attrice che faceva la moglie di Solfrizzi in quella fiction di RaiUno.
[NdA: il Pitch comprende alcuni estratti da un’intervista alla regista sul Corriere di Romagna]

IL GIARDINO DELLE PAROLE
È il primo dei film che questa settimana erano in sala per un raro, preziosissimo e irripetibile giorno, cioè ieri e SOLO IERI. Fa parte anche della categoria film animati giapponesi non-Miyazaki, infatti è diretto da Makoto Shinkai e – perché sto parlando io? Voi il film l’avete visto? Com’era? Se era bello DITEMELO IERI.

SALINGER (IL MISTERO DEL GIOVANE HOLDEN)
PECORA. Questo è il secondo dei film una tantum ed è uscito l’altro ieri e SOLO L’ALTRO IERI, ma siccome tra qualche settimana sarà in heavy rotation su Sky Arte e lo salverete sul MySky, il mio pregiudizio è per quando vi chiederete se vederlo o registrarci sopra Paola Marella. Dunque, alzi la mano chi, leggendo Il giovane Holden, pensava che l’autore fosse morto. Vedo una mano alzata. Nessun altro? No? Ok. Avevo dodici anni, al cinema c’erano gli X-Men, non capivo niente. A mia discolpa posso dire che Salinger, come è noto, non ha pubblicato più nulla dalla metà degli anni ’60, rintanandosi in campagna, lontano dalle rotture di cazzo, come dovrebbe fare ogni scrittore sano di mente (un romanzo, un po’ di racconti, e via, la tua tesina sulle metafore dello stress post-traumatico in Per Esmé TE LA LEGGI TU, io non esisto). Quando è morto veramente, quattro anni fa, l’altrimenti equilibrato ecosistema letterario internazionale è andato via di testa. Sono volate promesse di bauli zeppi di manoscritti, sequel prequel e reboot del Giovane Holden, un ricettario (Un giorno ideale per i pescibanana) e lo script del pilota di una serie tv su una ventenne sovrappeso di New York e le sue amiche Marnie, Jessa e Shoshanna Glass. SPOILER: questa è anche la rivelazione pompatissima nel finale del documentario di Shane Salerno, A CASA DI SALINGER C’È DELLA ROBA CHE HA SCRITTO. Le due ore che precedono questa notizia sconvolgente (degli scritti a casa di uno scrittore, non ci posso nemmeno pensare) sono, a detta dei più, rivoltanti, perché 1) Salinger, come è noto, dalla metà degli anni ’60 si è fatto i cazzi suoi e quindi 2) si ricama su ogni minimo frammento di documento disponibile come si trattasse dei bozzetti inediti del vestito da sposo di Kanye, il tutto 3) condito dalle opinioni di chiunque (compreso John Cusack che fa i massaggi). Salinger è l’equivalente di quello che succederebbe su Twitter se qualcuno dicesse qualcosa come “David Foster Wallace è una merda”.

ANA ARABIA
Esce oggi e rimane in sala almeno fino a mercoledì  prossimo come le persone normali. È un film di Amos Gitai. Era in concorso a Venezia l’anno scorso. È girato tutto in un unico piano sequenza perché se ogni stagione non esce almeno un film girato tutto in un unico piano sequenza la gente poi si scorda cosa è il #cinema. Che in realtà questo piano sequenza qui poi tenga insieme 85 minuti di INTERVISTE non fa niente: #cinema. I commenti che si leggono in giro non sono né esaltanti né pesce. L’anno scorso sono andato a Gerusalemme imbucandomi in uno dei viaggi organizzati dall’Opera Romana Pellegrinaggi. Non mi è costato nulla, se non un avemmaria ogni tanto e la mia integrità. Se volete vi racconto questo, ché davvero il mio interesse per Ana Arabia è pari a quello per le diapositive delle vacanze di Patty e Selma in Egitto. Però forse siete dei bravi cittadini, domenica andrete a votare prima di pranzo, e la sera Amos Gitai al Nuovo Cinema Aquila al Pigneto e apericena. Fate bene. L’importante è che non andiate al cinema solo perché avete un fetish per le donne coi capelli rossi.

PS: Permettetemi di ricordarvi che esercitare il proprio diritto di voto è il fondamento della democrazia e che la mia raccolta di slash fiction Kekkoz/Pop Topoi, Il Premio Salame dai Capelli Verderame è tuo anche se non sei Kekko dei Modà e questo non è un salame (Rizzoli), sarà nelle edicole da martedì.