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Nei cinema dal 17 aprile 2014

Ciao sono kekkoz e sarò il vostro host anche per questa volta.

Bando alle chiacchiere giovinastri, lo so che scalpitate per conoscere l’autore della settimana quindi ve lo dico al volo: è Dolores Point Five, grande amica del sottoscritto e di Friday Prejudice e, tra le tante cose, una delle firme più sfavillanti degli incomparabili 400 CalciPalla a te, Dolly.

  

TRANSCENDENCE è il primo film da regista del direttore della fotografia di Christopher Nolan. In un eccesso di ottimismo che mi si ritorcerà contro tempo una settimana, ho deciso di non voler saper nulla di trama, trailer, accoglienza critica, importanti passi avanti nel Filmare l’Irreale eccetera. La ragione è una sola: il direttore della fotografia di Christopher Nolan, che – questo non tutti forse sanno che! – prima di diventare il direttore della fotografia di Christopher Nolan s’è fatto la sua bella gavetta nella prima metà degli anni Novanta, girando palate di straight to video destinate a riempire gli scaffali di Blockbuster, che non poteva tenere il porno, ma i “thriller erotici”, signora mia, quelli li teneva TUTTI. (Erano gli stessi film che passavano su Europa 7 Gold, e poi anche un po’ su Sky Max il sabato sera.) Quindi, se voi, come me, siete sbocciati sessualmente negli anni Novanta, ogni volta che digitate su Dailymotion sexy car wash, sexual blackmail, shannon whirry garter belt, huge natural boobsvideo sexy ragazza scrivania, al 70-80% dei casi state per finire su un pezzo di film girato dal Futuro Direttore Della Fotografia Di Christopher Nolan, negli anni fatati della sua giovinezza dove per la prima volta lui afferrava il senso di tutto quanto, e capiva che Filmare l’Irreale significava saper tenere a fuoco sia le areole di Rochelle Swanson sia le tende di purissima organza in secondo piano. Salve, avete appena subito una pornception.

TI SPOSO MA NON TROPPO è un film che promette matrimoni. Mi piacciono i matrimoni nella vita, al cinema mi annoiano. In realtà, a giudicare dal trailer, qui si parte come un remake italiano non dichiarato di un film che a me piacque tanto, Confidenze troppo intime, poi dopo un minuto è tutto pieno di romani che vanno in motorino e si dicono “dove devo andare?”, “affanculo, lévati”. Quindi non credo esista un universo parallelo in cui io sono lo spettatore giusto per il film Ti sposo ma non troppo.

GIGOLÒ PER CASO. Ok, mettetevi comodi.

Ogni 4-5 anni il cinema mondiale di categoria midcult sente il dovere di aggiornare noi tutti sul mercato della prostituzione maschile, e il cinema mondiale midcult lo fa sempre tramite la storia di un cincischione over-30 a cui va tutto storto e quindi si mette a fare il prostituto – con le donne, beninteso, sempre e solo con le donne, che se scopro che mio figlio è ricchione (…). Ecco a voi la strada lastricata di mattoni d’oro che ha portato sulle nostre tavole questo, questo, questo e pure questo. (Dell’ultimo film, anni fa, vidi una locandina che ritraeva la testa di Daniel Auteuil tra le cosce di una signora. Lui rivolgeva uno sguardo interrogativo al viso di lei fuori campo, come a chiederle se ci doveva mettere più lingua, e io considerai il monachesimo per un pomeriggio.) Ora, tralasciando il pregiudizio mio per cui se ho dei soldi e decido di investirli nel mercato del sesso minimo minimo mi deve venire a prendere Steve e mi deve fare i complimenti per i capelli, il vero interrogativo è: quale pubblico hanno questi film? Gli uomini, titillati dall’idea di dare “una sbirciatina” a un mondo che immaginano zeppo di signore ricche, annoiate e pronte a tutto, so tonight i’m gonna party like it’s 1980? Le donne tipo mia mamma, convinte di andare a vedere una commedia malinconica, piena di umorismo sub-ebraico, con un attore vero nel ruolo del protagonista? Le coppie al primo appuntamento, determinate a testare la loro compatibilità guardando John Turturro che balla? Vogliamo pensare a tutto quello che non esce in Italia, agli amori nati su Grindr, ai cani e gatti che cercano nuovi amici?

Ah, e poi di solito in questi film c’è la scena col gigolò che deve trombare una donna grassa e lei gli si dimena sopra urlando e lui non riesce a respirare perché la donna è grassa, capito come?, AHAHAHAH LA CICCIONA CHE SCOPA. Invece nel trailer di questo film qui c’è Sofia Vergara con un sorriso maniacale che parla di strap-on. Avete visto, bambini? E’ proprio vero che la fica piace a molti ma il cazzo piace a tutti.

  

SONG ‘E NAPULE è un film dei fratelli Manetti.

E va bene, non chiudiamola qui. Avete ragione. Parliamone con civiltà.

Non vedo un film dei fratelli Manetti dal 1997, IMDb me l’ha appena confermato. In questi anni i fratelli Manetti hanno girato diverse cose, alcune per il cinema, altre per la tv, e io ho continuato a non guardarle (*). Ora mi trovo davanti alla totale impossibilità di maturare non dico un pre-giudizio su di loro, ma anche solo di raccogliere giudizi altrui sui loro film. Mi spiego meglio. I Manetti hanno un ristretto numero di ammiratori senza se e senza ma, quelli che si riversano nella Sezione Commenti di qualsiasi blog dimostrando una ragionevolezza lievemente inferiore al fan medio di Burzum; dall’altro lato i Manetti hanno un ristretto numero di hater, sempre carichissimi, sempre “contro” qualunque cosa i due registi producano. Tra questi due estremi, l’indifferenza. Italia : nuovo film dei Manetti = mucche : treno. E le stesse logiche le vedo ripetersi a livello di stampa, di testate online, di servizi TV; un generatore automatico di articoli sui Manetti Bros. (ditemi almeno che hanno smesso di firmarsi così) comprenderebbe i sintagmi “arte di arrangiarsi”, “low budget”, “spaghetti something”, “riportare in auge la gloriosa tradizione del genere (x)”, “metterci sempre il cuore”, “Roma è la mia città”. Non ho trovato vere stroncature, ma neanche vere forti lodi ai loro film. Brandelli di comunicati stampa, invece, avoja. Tipo quello che mi è arrivato settimana scorsa e che cercava di montare un “fenomeno virale” intorno a Song’e Napule, spacciando per VERO VERO il personaggio del cantante neomelodico Lollo Love, personaggio che IL PRIMO click su Google mi ha confermato essere interpretato da Giampaolo Morelli. (Se siete curiosi, il primo click è un pezzo dell’edizione online del Sole 24 Ore, data ottobre 2013). Sintomo che le carte da giocarsi qui erano poche, o che sforzarsi di tirare fuori due frasi dalla stringa “noir pulp musicisti napoletani venature comiche pianoforte Coliandro” è considerato una fatica eccessiva per motivare chiunque a vedere il film? E perché io devo stare qui a sfasciarmi la testa cercando di imbastire un discorso neutrale sui Manetti, anziché, come sto effettivamente facendo, passare mezz’ora ad ascoltare in loop Chille va pazze pe tte e intanto immaginare una serie di film che appagherebbero molto di più il mio gusto: un film con Giampaolo Morelli appoggiato al muro con il piede, un film biografico su Diana Est, un film con lunghe, lunghe carrellate sulle pareti di casa vostra scandite solo da Look What They’ve Done To My Song? A un certo punto uno si chiede veramente che senso ha.

Alla luce di questo, chiedo a Kekkoz di potermi giocare il jolly: niente pecora/bomba/pensatore, vorrei una piccola icona che dicesse inclassificabile, anno 2014, viva l’Italia. Ecco, una cosetta così:

[ * Non è vero, ho visto il trailer di Paura 3D al cinema subito prima di Quella casa nel bosco, e quando è partita la vociona che diceva “PAURA 3D! (ANCHE IN 2D!)” ho giurato che da lì in avanti avrei guardato solo documentari sulla natura.]

RIO 2 è il sequel di un film d’animazione per bambini che non ho visto. Il pappagallo protagonista in versione originale parla con la voce di Jesse Eisenberg, e penso che se mai, in aereo, io guardassi il film Rio e/o il film Rio 2, io starei tutto il tempo a ripetere, ok, va bene la giungla, la famiglia, la natura, la cultura, ma tu, dico, tu ci pensi mai a quel pappagallo brasiliano a cui hai diluito le quote della vostra società senza dirglielo anche se eravate tanto amici e non eri nemmeno andato a prenderlo all’aeroporto? Ci pensi mai? Più pregiudizio di così.

ONIRICA è un film che sui mercati internazionali si chiama Field of Dogs, è una coproduzione Italia/Polonia/Svezia, nel trailer si vedono (nell’ordine):

– la scritta “ispirato alla Divina Commedia di Dante Alighieri”

– i bambini inquietanti

– i mezzi pubblici semi-vuoti di notte

– le cose in posti dove non dovrebbero stare

– i supermercati di notte

– la gente che scopa in suspended animation

Una volta ho visto un film che si chiamava Wilderness e non era troppo riuscito, però lì c’erano dei teppisti minorenni mandati a fare i lavori socialmente utili su un’isola deserta e poi arrivavano dei cani feroci che se li mangiavano tutti. Tutti tranne due, un maschio e una femmina, e quello è il finale che nei film preferisco. Un finale alla “andate e moltiplicatevi, tu Adamo, lei Eva, il campo è privo di cani adesso”.

VIVIAN MAIER è un documentario su una fotografa “scoperta” dopo la di lei morte. Il senso ultimo dell’uscita in sala in Italia è quello di distribuirlo in tre sale MA fargli tirare su un po’ di stampa – recensioni, articoli, cineblog – così poi la gente come me contemplerà l’acquisto del DVD quando lo troverà alle Feltrinelli, poi deciderà che costa troppo e che in fondo mica ha capito com’è il film a parte che c’era questa fotografa che poi è morta. Non smetterò mai di desiderare che in Italia arrivi Netflix.

 

Abbiamo finito, spiegate le ali, volate via.