Nei cinema dal 25/27 agosto 2010
Bentornati. Tutto bene? Volevo dirvi che alcuni di questi film sono usciti mercoledì 25 e altri escono oggi venerdì 27, ma non è che faccia una gran differenza. Andiamo.

Giustizia privata è un film di F. Gary Gray che si inserisce nel rinomato e sempreverde filone del cittadino modello che si fa giustizia da solo. In un certo senso, è il tipo di film in cui il titolo ha già spiegato tutto, ma quello originale va ancora oltre: Law Abiding Citizen. Non credo che il film riservi particolari sorprese, anche perché il regista è assai modesto, lo sceneggiatore Kurt Wimmer è uno che ci è stato simpatico per 10 minuti ma poi ha diretto Ultraviolet e comunque è uno con la manona di piombo, e non credo di essere il tipo che convinci tirando fuori lo charme o l'innegabile presenza scenica degli attori protagonisti. Come se non bastasse, del film si è parlato pressoché solo male, ma comunque avevo già deciso.

Indovina chi sposa Sally è l'imbarazzante, rovinoso e verminoso titolo italiano di un film irlandese intitolato Happy Ever Afters. Ora, vorrei entrare nel cervello impallato di sushi, metadone e negroni sbagliati di chi si è inventato questo titolo di merda, ma ho paura del buio. La cazzata è chiaramente un pietoso mix di "indovina chi xxx" e "Harry ti presento Sally", già declinato nella formula "y ti presento z". Movente del caso: la protagonista è Sally Hawkins, quella di Happy-Go-Lucky. Ora, posso capire Julia Roberts e Jennifer Aniston. Ma davvero pensate che la ggente sappia che quella di Happy-Go-Lucky si chiamava Sally Hawkins? Altresì: pensate che la ggente abbia visto Happy-Go-Lucky? Io non so cosa sia preso a quelli di Lucky Red in questi ultimi mesi. Ma il bello deve ancora venire, gente. Deve. Ancora. Venire. Vi ricordate Voglia di vincere? Il protagonista del film si chiamava Scott, ma era Michael J. Fox e per sfruttare il successo di Ritorno al futuro i distributori doppiarono il film chiamandolo MARTY. E incasinando il cervello a un sacco di gente negli anni successivi. Pensavate che anche il personaggio di questo film si chiamasse Sally come l'attrice? No. Si chiama MAURA. Beh, vaffanculo. Potrà essere anche la commedia più divertente dell'anno (e ne dubito) ma stiamo parlando di un film dove l'adattamento italiano ha cambiato il nome della protagonista pur di poter dare quel cazzo di titolo? Ma andateci voi.

Letters to Juliet è un film con Amanda Seyfried, che in qualche universo parallelo sceglie solo dei copioni bellissimi così abbiamo la scusa di andare al cinema e bearci dissolutamente di quella che è probabilmente la più bella attrice della sua generazione. Invece la stronza cosa ti va a fare? Un film su una giornalista irrealmente fica (Amanda Seyfried) che fa un viaggio in Italia, prima a Verona (vabbè, sarà tutto ambientato sotto il cazzo di balcone di Giulietta con dei numeri da paura per nascondere i cazzo di lucchetti) e poi in Toscana, perché ah la Toscana con i suoi vigneti, i suoi tramonti e le sue bestemmie. Il regista è Gary Winick, uno che se lo vedi in metro sposti lo sguardo, lo stesso di Bride Wars, uno dei peggiori film degli ultimi anni, ma anche qui, non è che servisse. Però aiuta.

London River è un film diretto dal regista franco-algerino Rachid Bouchareb che racconta di due genitori alla ricerca dei propri figli scomparsi tra le strade di Londra dopo gli attacchi terroristici del luglio 2005. Lei è Brenda Bethlin (e vorrei farvi notare che la BIM non ha intitolato questo film "Alla ricerca di Brenda", giusto per mettere dei paletti di stile) mentre lui è Sotigui Kouyaté, attore burkinabè nativo del Mali, scomparso lo scorso aprile dopo aver vinto l'Orso d'Argento per questo film nel 2009. Sul film non mi sbilancio, ma mi sembra che le premesse siano valide. Andare a vederlo, un altro paio di palle.

Nightmare è il remake di uno dei più epocali horror americani, che diede il vita a una saga di sette film e a uno dei personaggi più amati e terrificanti del genere. Ma quello era diretto da Wes Craven at his best, questo è l'esordio di un regista di videoclip e fa schifo al cazzo. È inutile nasconderci, è così. È un FATTO. Non mi si fraintenda: lo ripeterò fino allo sfinimento che non ho niente contro i remake di per sé, né ho qualcosa contro i remake di film particolarmente significativi per la mia infanzia, adolescenza o formazione, né ho qualcosa contro i remake di film particolarmente belli o importanti, bensì ho qualcosa contro i remake che fanno schifo al cazzo. Tuttavia, andrò a vederlo, e probabilmente anche voi. E ho un po' di fotta, anche.

North Face - Una Storia Vera è, prima di tutto, una storia vera. Grazie di avercelo detto! Bah. Comunque il film diretto da Phillip Stölzl è una coproduzione di Germania, Austria e Svizzera, che per quanto mi riguarda è come se Kesha, i Jonas Brothers e Antonello Venditti facessero un supergroup. Detto questo, il film è ambientato nel 1936 ed è una storia di alpinismo, del quale sono APPASSIONATISSIMO, e ha vinto il German Film Award per la miglior fotografia (il che fa automaticamente di lui uno di quei film in cui la gente esce e dice "sì non è un capolavoro MA CHE BELLE INQUADRATURE") e per il miglior suono (vedi sopra ma sostituisci le inquadrature con i suoni, "CHE BEI SUONI"). Scherzo caro Stölzl (by the way: nice spelling) la verità è che non me ne sbatte una stracepp del tuo film e dei tuoi coraggiosi alpinisti e quindi sto tergiversando, ma magari è bellissimo, non ne dubito, anzi LO È, volevo solo riaprire la stagione facendo ben capire che qui non si fa sul serio. Oppure sì? Oppure no?

La Polinesia è sotto casa è, senza girare troppo attorno alla cosa, il film italiano da deridere della settimana. È passato tanto così dal Premio Maccio Capatonda, e già abbiamo un film che avrebbe potuto gareggiare per il primo posto. Sul serio. Basterebbe già il titolo suggestivo e sottile, ma date un'occhiata al trailer - che è costruito tutto con delle cartoline animate e scrittone rotondone con tanto di voce fuori campo che le legge, e in cui metà del trailer è questo tizio che è in ufficio ed è triste perché è in ufficio e ha la segretaria cozza ed è il servo-della-gleba (ai limiti della citazione) della sua fidanzata fotografata come se stessero girando un film con l'iPhone 3GS, e poi a metà trailer finalmente la trama prende piede, perché tizio si incontra in una stanza (vista l'eco che c'è, immagino sia un magazzino vuoto) con "due surfisti". Da lì in poi, è tutto in discesa: strette di mano virili, tutti nudi a pittare una cabina, un furgoncino che vuol dire libertà, concerti, risate, giocare a inseguirsi seminudi sulla spiaggia, e poi surf, surf, surf. Ma la scena più bella è tizio che incontra Matilde, si toglie gli occhiali e le dice "MATILDE", e lei "MA GUARDA TE", e ridono, ah se ridono, e poi si baciano in macchina. Poi arriva una scritta e la voce fuori campo recita "tu cosa aspetti a dire basta?". Infatti lo dico. Pronti? Basta, cazzo. BASTA.

Il rifugio è il nuovo film di François Ozon, uno dei registi più apprezzati dalle nostre parti dagli amanti del cinema francese, ed effettivamente, nonostante la mia conoscenza del suo cinema sia solo parziale, mea culpa, i suoi film che ho visto non mi hanno lasciato mai insoddisfatto. Persino Angel, su cui molti hanno storto il naso, e che ho trovato delizioso. La protagonista è una ragazza incinta che dopo la morte del compagno si ritira in una casa sul mare dove viene raggiunta dal fratello del defunto. Non so altro e non voglio sapere altro, ma il trailer è bello e ci sono buone possibilità che sia il film migliore della settimana, quindi va bene così.

Shrek e vissero felici e contenti è il quarto capitolo di Shrek, si spera l'ultimo.

La strategia degli affetti è l'altro titolo che gareggiava per il titolo di film italiano da deridere della settimana, accanto all'imbattibile Polinesia. Merito del trailer tristissimo che vi invito a vedere, che per metà del tempo è occupato da gente che sta in silenzio a guardare qualcun altro intensamente (giuro, guardare per credere) e per l'altra metà è tutto pieno di cose bellissime. Il mio momento preferito è al minuto 43 quando una tizia urla qualcosa e sono due giorni che cerco di capire cosa dice. DIMMI, MARO TOLO? Boh. Niente male anche 10 secondi dopo la persona non ben identificata che dà un pugno a una sedia, tanto per. C'è anche l'immancabile schiaffone, intorno al minuto. Infine, il genio: di solito questi trailer si chiudono prima del titolo con una frase a effetto, no? Quella che ti ricordi quando finisce, no? Ecco, la frase in questo caso è "ma che c'hai sugli occhi, la mortazza?". Giuro. Un po' mi spiace per la Polinesia, ma a sorpresa il Premio Maccio Capatonda di questa settimana se lo aggiudica questo film.

Urlo è il film in cui Jimbo interpreta Allen Ginsberg.
Sono infine nelle sale due film italiani, ma sono usciti in un solo cinema, e tenderei a considerarli a parte proprio per questa ragione (la verità è che sono spuntati fuori stamattina e non ero psicologicamente pronto a fare tredici pregiudizi). Il protagonista del primo, Amore Liquido, uscito soltanto a Roma, è uno spazzino pornodipendente (!) che riscopre l'amore durante un agosto a Bologna. Seriously. Non guardate il trailer se siete sull'orlo del suicidio, potrebbe essere la goccia eccetera.
Ma il pezzo forte è Per Sofia, uscito solo a Milano, a cui diamo un premio della critica per via dell'arbitraria decisione di non farlo gareggiare. Perché forse li avrebbe spazzati via tutti: il protagonista è un violinista che va a vivere in una casa sulla scogliera dove negli anni '40 viveva una pianista misteriosa, il trailer è imperdibile e ricco di gemme tipo "da che cosa stai scapàndo?" ed è recitato come se gli attori stessero leggendo da un foglietto per la prima volta una cosa scritta 5 minuti prima. Tranne la vecchia che dice "forseunfantasmaah", lei è bravissima. Insomma, un pezzo da novanta. Manca solo la Cucinotta.