1

Nei cinema dal 18 settembre 2014

Ciao sono kekkoz e il successo non mi ha cambiata. Scherzi a parte, grazie a tutti.

Ma veniamo a noi, orsù. L’autore dei pregiudizi di questa settimana è una persona a modo, con una vita sua e tutto il resto, ma è anche uno dei twittatori più divertenti, geniali e cattivi dell’Internet italiano tutto. Si fa chiamare vauxhall e questo è tutto ciò che vi posso dire di lui.

JIMI- ALL IS BY MY SIDE

Innanzitutto sono molto offeso: mi sentivo finalmente prontissimo a contribuire alla più stanca polemica dell’internet e gridare anch’io #CULTURALAPPROPRIATION di fronte a questo biopic di Jimi Hendrix, poi mi sono ricordato che Hendrix non faceva esattamente twerking e soprattutto che il regista e sceneggiatore di questo film è – come dire – nero. And how! È lo stesso sceneggiatore di Dodici anni schiavo, per dirne uno, quindi l’afroamericana indignata che è in voi può rasserenarsi e continuare a insultare Taylor Swift sui social network.
Ciò non toglie che All is by my side (da noi hanno aggiunto “Jimi” perché temevano che non riconoscessimo Hendrix sulla locandina e lo confondessimo con James Senese, mi pare evidente) abbia il trailer più bianco del mondo: cioè, il film è distribuito da UNIPOL, e niente evoca i favolosi anni Sessanta quanto una compagnia di assicurazioni, giusto? Del resto Unipol si occupa anche di fondi pensione, l’altra grande passione dei fan di Hendrix, quindi è evidente la bella sinergia.
Il trailer è una cosa a posto, tutta con le sue cosine giuste, Londra 1966, intermezzi psichedelici, i Cream, gli Who, gli aforismi anti-matusa e le svisate di chitarra: è tutto “Affascinantemente vero”, come ha tradotto l’adattatore italiano del trailer che vi saluta caramente. Va bene, mancano le canzoni di Hendrix perché gli eredi non hanno concesso i diritti, ma guardate che belle parrucche, che begli stampati.
Rotten Tomatoes gli appioppa un bel 91% (!), ma a me viene in mente solo questo: è una banca, sorry Unipol.
Comunque un bell’applauso a André 3000 per il suo tenere altissima la bandiera del Black don’t Crack (interpreta a 40 anni un Jimi ventenne) e a Imogen Poots per il nome.

LA PREDA PERFETTA

“Hai già affrontato situazioni come questa?”
“Come questa no”
Caro Liam Neeson, tu menti sapendo di mentire ma ti perdono perché negli ultimi anni sei diventato qualcosa di più di un ottimo attore: sei diventato un role model e, ancora meglio, un business model. Tua moglie è morta in un incidente assurdo, sei rimasto solo a sessant’anni con due figli adolescenti e come hai reagito? Ti sei chiuso in casa? Ti sei comprato la motocicletta? Sei scappato a Ibiza con una modella diciottenne? Non ne ho idea, probabilmente tutte e tre le cose, ma quello che conta è hai anche deciso di diventare il nuovo Charles Bronson e personalmente ti sono molto grato per questo.
La preda perfetta è l’ultimo di una serie di revenge movie iniziata con Unknown nel 2011, proseguita con la trilogia di Taken e presto seguita da altri titoli (tre, secondo IMDB, tutti raccolti in futuro nel cofanetto “Quando un irlandese si incazza”).
Sono thriller, come sempre si dice, “solidi”: un eroe traumatizzato, di solito ex poliziotto, che decide di vendicare orrendi crimini spesso femminicidi a modo suo senza fastidiosi garantismi. Insomma sono film divertentissimi, quelli che i nostri padri si vergognavano di andare a vedere per paura di essere percepiti fascisti, ma che nel silenzio della critica incassano oggi come allora centinaia di milioni e vengono trasmessi nelle seconde serate televisive di tutto il mondo PER SEMPRE.
Il trailer è perfetto, due minuti e passa di cupezza metropolitana, maniaci sessuali, gente che si butta dal tetto, vittime in lacrime, specchi infranti a pugni, sparatorie, e una bella cover molto creepy di Black Hole Sun. È arte? È commercio? È un altro gigantesco assegno per Liam? Chi se ne frega, e ricordatevi di comprare i popcorn. Al massimo ne discutiamo poi al bar dove i poliziotti non pagano da bere (ma vengono traumatizzati a vita dal destino. TOTALLY WORTH IT!).

RESTA ANCHE DOMANI

Tratto da un best-seller mondiale che non ho mai sentito nominare in vita mia, credo sia il primo film “normale” di Chloë Grace Moretz (no violenza, no disagio, no troppa fretta in quel tuo crescere): sua nonna ne sarà lieta, io molto meno. Pagherei personalmente per vederla interpretare al cinema il ruolo che aveva in 30 Rock (una dark lady 14enne decisa a distruggere Jack Donaghy) ma al momento tocca accontentarsi (voi, io manco sotto tortura) di questo melodramma un po’ soprannaturale un po’ spaccamaroni su una giovane violoncellista in coma che riflette se valga la pena svegliarsi e tornare a vivere. Insomma la stessa esperienza di chi andrà a vedere questo film.
Se proprio ci tenete a guardare adolescenti morti/moribondi/morituri è ancora in sala Colpa delle stelle, che almeno ha l’alibi del fenomeno culturale. Ma decidetevi in fretta, non potete nascondervi in sala prove per sempreh! (ah, il regista è quello dell’interessante The September Issue, il che ci fa capire che coi documentari non ci paghi il mutuo, neanche quelli con Anna Wintour).

ANIME NERE

Beh, direi che ce l’abbiamo fatta: finalmente anche la ‘Ndrangheta ha il suo film di qualità. I critici hanno amato moltissimo questa terza opera di Francesco Munzi, (di cui non ho visto nulla, COME VOI) e la cosa è ancora più eclatante visto che era in concorso a Venezia: se non ti chiami Garrone o Sorrentino, il tuo “film italiano in concorso a Venezia” viene di solito ucciso in culla dalla stampa, mi pare di aver capito. Invece anche gli stranieri hanno apprezzato.
Dal trailer mi sembra tutto molto lodevole, e il fatto che abbia ricordato a tanti il bellissimo Fratelli di Abel Ferrara è un buon segno: probabilmente non è un film rivoluzionario, ma pare ben diretto, ben scritto e ben interpretato. Anzi, mi correggo: un film italiano ben diretto scritto e interpretato è rivoluzionario. Inoltre, se avete visto gli incassi dei film italiani di questo inizio stagione, converrete con me che siamo nella merda e che vale la pena sostenere un buon film, MIBAC o non MIBAC.

LA NOSTRA TERRA

A me i film sul ritorno alla natura come strategia etica fanno venire la psoriasi, e ho l’impressione che negli ultimi tempi in Italia se ne siano fatti anche troppi (non ho alcuna intenzione di circostanziare quest’accusa, magari ne abbiamo prodotto solo uno ma la mia preziosa sensibilità ne è rimasta molto urtata ugualmente. Non si chiamano pregiudizi per niente).
In più, questo sembrerebbe quasi un remake di Si può fare (il film forse più riuscito dello stesso regista de La nostra terra, il buon Giulio Manfredonia): un uomo “di legge” (qui Stefano Accorsi nel ruolo di esperto di antimafia, lì Claudio Bisio sindacalista) viene mandato a gestire una comunità problematica (qui un gruppo di contadini più o meno improvvisati che vogliono recuperare un terreno confiscato alla mafia, lì un gruppo di malati mentali): seguono ilarità, conflitti morali, lezioni di vita, e sospetto più di una lacrima (per non dire del sempre frizzantissimo scontro Nord-Sud) . Il trailer è quel che è, ma se davvero prendono per il culo la mania del biologico e del chilometro zero come parrebbe sono più che felice di concedergli un Pensatore, in attesa della commedia italiana che veramente aspettiamo con ansia: quella su Farinetti e il suo impero della pasta madre.

UN RAGAZZO D’ORO

Inchinatevi davanti al film da deridere della settimana, ma forse del millennio: arriva finalmente in sala il nuovo Pupi Avati che da mesi tormenta i sogni dei pochi fortunati che l’hanno già visto. Sappiamo tutti quanto il regista bolognese sia capace di passare dal registro struggente a quello CAZZO FAI, SEI UBRIACO?!, ma quest’ultimo titolo sembra avere tutte le carte in regola per aprire un nuovo, definitivo, abisso nella filmografia avatiana: il tema della Ricerca del Padre è vecchio quanto il mondo, ma acquista tutto un altro fascino quando sembra sceneggiato dalla tua timeline di Twitter in una serata particolarmente spumeggiante (di humor ma soprattutto di prosecco).
Ecco quindi Riccardo Scamarcio, “creativo in crisi” che lavora in pubblicità ma sogna il Grande Romanzo Meneghino: il suicidio di suo padre (uno sceneggiatore di film scorreggioni anni ’70) lo porterà a confrontarsi col suo passato e con la scoperta di un misterioso romanzo-capolavoro che il defunto avrebbe scritto tra una gag di Bombolo e l’altra. Romanzo che però forse non esiste, e che il figlio deciderà di scrivere immedesimandosi sempre di più in suo padre e scivolando nella follia fino a diventare Pupi Avati (quest’ultimo twist potrebbe non esserci). Fin qui tutto bene, diciamo.
Poi arriva il trailer, con Scamarcio più malmostoso che mai, Cristiana Capotondi molto mousy e soprattutto Sharon Stone apparentemente doppiata da una passante (ma sempre meglio della solita presa diretta imperscrutabile del brutto cinema italiano, con Scamarcio che parla costantemente “nella botte”, come diciamo noi in Connecticut), e capisci che non si torna indietro: aggiungeteci Valeria Marini (nei credits ma troppo poco intensa per essere ammessa nel trailer), le musiche di Gualazzi e voilà: un disastro ferroviario, sicurissimo “capolavoro riscoperto” a Venezia 2038.
BONUS: questa favolosa intervista nella quale Avati le canta a quell’americana che non è altro di Sharon Stone e rivela di ricevere continue telefonate da gente pazza (smettetela, stronzi).

L’APE MAIA – IL FILM

Voglio premettere una cosa: I DON’T DO KIDS’ MOVIES. Ho riletto le regole d’ingaggio di questo dannatissimo blog e non c’è scritto da nessuna parte che io debba avere un’opinione su un film australiano dedicato a un’ape tedesca resa famosa da un cartone animato giapponese. Così spero di voi. Comunque, se davvero volete andare a vedere L’ape Maia vuol dire che: 1) siete bambini piccoli, 2) avete bambini piccoli, 3) siete ultratrentenni nostalgici/ironici/appassionati di computer graphic. In tutti e tre i casi vi prego di starmi lontano. Grazie, buona visione.

TARTARUGHE NINJA

Sono passati ben 30 anni dal debutto a fumetti delle Tartarughe Ninja, forse il concept più scemo mai creato da mente umana (e naturalmente uno dei più redditizi): oggi si festeggia con questa versione cinematografica in 3D prodotta da Michael Bay, diretta da un pupillo di Michael Bay e interpretata dalla ex nemesi di Michael Bay (Megan Fox): è chiaro che Megan è stata finalmente perdonata dall’“Hitler di Hollywood”, che dopo averla cacciata a calci da Transformers le ha offerto il ruolo protagonista umano in quest’altra saga (o forse ha trovato un costosissimo modo di vendicarsi, chissà). Inutile descrivere il trailer: purissimo Michael Bay per un pubblico quattordicenne terminale anche a 45 anni. In America ha incassato un botto, quindi preparatevi ad almeno un lustro di sequel.

SE CHIUDO GLI OCCHI NON SONO PIU’ QUI

Il nuovo film del regista di Tu devi essere il lupo (che non ho visto ma che pare essere uno dei frutti più interessanti del crowdfunding italiano) ha un trailer misterioso e riuscito, un po’ fratelli Dardenne un po’ Into the Wild, che racconta l’adolescenza difficile nella periferia friulana di un ragazzo filippino di seconda generazione (una demo credo mai raccontata dal cinema italiano, colpevolmente): ok, detta così fa anche un po’ ridere e magari è una grande fiction di Raiuno – Beppe Fiorello alarm – ma vista da qui non sembra affatto male. Leggo inoltre che nel film si cita Leopardi, quindi è trend. Dategli una possibilità, su.